Raccontare Ravenna…che è mondo

Come segno tangibile dell’impegno nella crescita culturale del territorio Ravennate, la Scuola Mama’s ha attuato di un ambizioso progetto: la realizzazione di uno spettacolo che ha coinvolto all’incirca oltre 150 giovani amalgamando diversi linguaggi artistici, come la musica, la danza, la poesia, il teatro e la street art, avvenuto il 20 Aprile alle Arteficerie Almagià con il Patrocinio del Comune di Ravenna.

Presentazione:
Raccontare Ravenna che è mondo, è il nostro progetto nato dall’intento di unire le varie realtà giovanili del territorio, ciascuna con i propri modi di espressione facenti tutti parte di un unico linguaggio che è quello emotivo.L’emotività si esprime e si veicola in tutte le forme d’arte, dalla poesia alla fotografia, dalla musica alla danza, ovvero tutto ciò che è espressione umana e che accomuna tutti i popoli e tutte le età. “Con quali occhi, dare voce alle emozioni”, è il titolo della mostra fotografica che fa parte della nostra performance, ma noi, non solo daremo voce alle emozioni, ma anche suono visione e movimento. Una delle caratteristiche di questo spettacolo sta nel fatto che si sia cercato di dare spazio alla creatività personale, sia come performer, sia come musicisti che danzatori. Così come la danza, nello specifico “breaking”, nata nelle strade a contatto col cemento e la terra come forma di rivalsa al disagio, anche il canto e la musica in tutte le loro forme e stili, sono veicolo di espressività emotiva. Tutti i brani della serata, sono stati composti direttamente dagli allievi e/o dagli insegnanti. La composizione appunto è, di per sé, una forma di espressione molto personale ed intimistica che trasmette lo stato d’animo di chi crea.  Il progetto coinvolge le varie realtà cittadine cercando di dare spazio al disagio anche nelle sue forme più evidenti.  L’arte che comprende musica, danza, teatro, fotografia, non è solo valvola di sfogo, ma anche rifugio e parola per chi ha difficoltà ad esprimersi. Abbiamo voluto raccogliere in questa dispensa le testimonianze scritte in occasione della serata: testi delle canzoni, poesie e letture.
Mama’s Scuola di Musica
   Apertura Spettacolo “Raccontare Ravenna” 
Riccardo Venturi  Organo, Sara Violani  chitarra “Raccontare Ravenna” musiche di Gabriele Bombardini
    Performance del Gruppo Teatrale Liceo scientifico “A. Oriani”  a cura di Marco Montanari        
 Ottavia Ballardini, Giorgia Fabbri, Lorenzo Gelli, Bianca Guerrini, Chiara Guidi, Francesco Matteucci, Giulia Orioli, Giorgia Panzavolta, Isy Sansò, Anna Vasumini
Mama’s Mini Big Band

Gruppi propedeutica elementari e coro del “Mama’s Scuola di Musica” Classi 2°a e 2°b Scuola primaria “Antonella Ceci di Ponte Nuovo”  “Sequenza ritmica n° 1” – “Il mio cuore è un’antenna”  testi e musiche di Giorgio Minardi
  Il mio cuore e’ un’antenna 
 La mia citta’,  Si, e’ questa qua, Tanti mosaici brillanti, Mare, pineta e bagnanti.
Giustiniano, Teodorico, Dante, Byron per amico, Ma se vuoi girarla in fretta devi andare in bicicletta. Il mio cuore e’ un’antenna che riceve da Ravenna!
La mia citta’, Si, e’ questa qua, Tanti mosaici brillanti, Mare, pineta e bagnanti.
Giustiniano, Teodorico, Dante, Byron per amico, Ma se vuoi girarla in fretta devi andare in bicicletta. Il mio cuore e’ un’antenna che riceve da Ravenna!
Orchestra Scuola Media Montanari diretta da Claudio Bondi
 
                            
      Ravenna una ricetta per una città unica       
                 
Ravenna, una ricetta per una città unica
 INGREDIENTI:
  • 40 grammi di mosaici
  • 50 grammi di cultura
  • 30 grammi di giardini e parchi
  • 70 grammi di spiaggia
  • 653,82 km² di territorio (pianura)
  • 057 abitanti
  • 8 monumenti Patrimonio dell’Umanità
 PREPARAZIONE
La ricetta di Ravenna non è molto complicata ma ricca di particolari che la rendono squisita. Si tratta di un dolce molto buono e conosciuto in tutta Italia e nel mondo. Il suo punto forte è che quando ne assaggi anche solo una fetta, il sapore ti rimane dentro per tutta la vita.Per creare la città, innanzitutto ci vuole un po’ di antichità; fondamentale è l’aggiunta di tanta cultura e arte. Porre l’impasto su una pianura, in seguito mettere la spiaggia e la pineta e diluirli con un po’ di mar Adriatico. Se si vuole rendere l’impasto un po’ amaro basta aggiungere alcuni grammi di industria. La ricetta deve avere un impasto base di tradizione, storia, un contorno di monumenti e un’abbondante spolverata di mosaici di prima qualità. Una delle caratteristiche del piatto è la quantità di tradizioni culinarie, particolarmente semplici ma apprezzate da tutti. Il piatto deve essere cotto in umido, per esaltare le caratteristiche climatiche della città. A completare il piatto non può mancare quel retrogusto un po’ amaro della figura del ravennate, romagnolo atipico, apparentemente chiuso e poco socievole, ma internamente bendisposto e che si intona molto bene al contorno del piatto. Il piatto può essere servito vicino a una porzione di mare Adriatico e Appennini Tosco-Emiliani. La ricetta invoglia il palato di numerose persone che rimangono affascinate dall’intenso sapore e dalla spettacolarità della presentazione tanto da incrementarne la residenza e il turismo.
testo di: Michele Ambrosino – Antonio Cabras – Andrea Liverani – Mia Molineris
 lettura di: Mia Molineris e ……………………
musiche originali di Riccardo Rondoni  sassofono soprano
 Io e te
Alzo la testa lo sguardo allo specchio trovo una bambina riflessa
è quel modo in cui tu guardi me
che mi fa sentire diversa
Dove andiamo qua
Persi in questa città
Senza vie di uscita
Percorrendo una sola strada
Io e te mano per mano
Superando ogni ostacolo
Vieni qua stammi vicino
Scriviamo il nostro destino
Noi due in questa stanza vuota
A dirci che non abbiam paura
Tra urla e silenzi di rabbia
Di parole sospese nell’aria
Dove andiamo qua
Persi in questa città
Senza vie di uscita
Percorrendo una sola strada
Io e te mano per mano
Superando ogni ostacolo
Vieni qua, tu stammi vicino
Scriviamo il nostro destino
… e sguardi persi che parlano da soli
Concetti esistenziali troppi complicati
Che parlano da soli…
Troppo complicati
Io e te mano per mano
Superando ogni ostacolo
Vieni qua, tu stammi vicino
Scriviamo il nostro destino
Io e te mano per mano
Superando ogni ostacolo
Vieni qua, stammi vicino
Riprendiamo il cammino
Gaia Alboni
                                                             Nutri la mia anima
                                                                          (traduzione)
 A quest’ora
Ho bisogno di qualcuno in giro
Che mi dica quanto sono speciale
Quando guardo attraverso la finestra
ti penso
mi sento solo
Voglio uno che ti assomiglierà
Questo tocca a te
Che nutri la mia anima
E mi preparo per scomparire
E io mi lascio trasportare
E io ti faccio stare in piedi
Nel fuoco
Nel rumore
Ho bisogno di nutrire la mia anima
                                                                     Feed My Soul
At this time
I need someone around
To tell how special i am
When i look trhow windows
I think about you
I feel alone
I want one will resemble
That touches like you
That feed my soul
And i a prepare to be desaire
And i that you let me carry
And i that let you stand
In the fire
In the noise
I need to feed my soul
Marco Boccaccini
                                                                             
Power   (Traduzione)
 Ho sentito di un uomo che aveva perso tutto
sopravvalutandosi.
Aveva perso la fede nell’umanità
ma decise di risvegliarsi.
Ho sentito del potere dell’anima
che attraverso i sentimenti ti fa andare avanti
quando aspetti qualcosa
che non arriverà mai.
E ora ti dico
perché dovresti sempre essere te stesso
e ora ti mostrerò
cosa puoi fare con le tue mani nude
E lanciare fiamme verso il cielo,
per vedere che i tuoi poteri possono farlo.
Creare la vita per poi vederla morire,
perché devi vivere al massimo.
Non voltarti e non guardare indietro,
potresti vedere il peggio del mondo
Non pensare alle ferite ed alle cicatrici,
questa è un’altra parte del film.
Ti sei mai sentito un mostro?
Come se volessi distruggere tutto.
Beh ora è il momento di prenderlo e ucciderlo
ed eliminarlo dalla tua anima.
E ora ti dico
perché dovresti sempre essere te stesso
e ora ti mostrerò
cosa puoi fare con le tue mani nude
E lanciare fiamme verso il cielo,
per vedere che i tuoi poteri possono farlo.
Creare la vita per poi vederla morire,
perché devi vivere al massimo.
Non voltarti e non guardare indietro,
potresti vedere il peggio del mondo.
Non pensare alle ferite ed alle cicatrici,
questa è un’altra parte del film.
Quando nessuno crede che potrai farcela
non c’è nessun ostacolo davvero,
è solo perché loro vogliono che tu abbia paura
E ora ti dico
perché dovresti sempre essere te stesso
e ora ti mostrerò
cosa puoi fare con le tue mani nude
E lanciare fiamme verso il cielo,
per vedere che i tuoi poteri possono farlo.
Creare la vita per poi vederla morire,
perché devi vivere al massimo.
Non voltarti e non guardare indietro,
potresti vedere il peggio del mondo.
Non pensare alle ferite ed alle cicatrici,
questa è un’altra parte del film,
un’altra parte del film.
                                                                     Power
I’ve heard about a man who’d lost everything
overestimating himself.
He had lost faith in humanity
but he decided to wake up.
I’ve heard about the power of soul
which uses the feelings to make you go on
when you’re waiting for something
that would never happen.
And I’m telling you now
why you should always be yourself,
and I’m showing you now
what you can do with your bare hands.
And then throw the fire up to the sky,
to see that your powers can do this.
Create life just to see it die,
‘cause you have to live to the fullest.
Don’t turn around and don’t look behind you,
you could see the worst of the world.
Don’t think about injuries and scars,
that’s another part of the movie.
Have you ever felt like you’re a monster?
like you could blow up everything.
Well it’s time to catch it and kill it
and remove it from your soul.
And I’m telling you now
why you should always be yourself,
and I’m showing you now
what you can do with your bare hands.
And then throw the fire up to the sky,
to see that your powers can do this.
Create life just to see it die,
‘cause you have to live to the fullest.
Don’t turn around and don’t look behind you,
you could see the worst of the world.
Don’t think about injuries and scars,
that’s another part of the movie.
When no one thinks that you can do this
there’s no obstacle for real,
it’s just because they want you tu have fear
And I’m telling you now
why you should always be yourself,
and I’m showing you now
what you can do with your bare hands
And then throw the fire up to the sky,
to see that your powers can do this.
Create life just to see it die,
‘cause you have to live to the fullest.
Don’t turn around and don’t look behind you,
you could see the worst of the world.
Don’t think about injuries and scars,
that’s another part of the movie,
another part of the movie.
Greta Sangiovanni
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
        
                                                        Da Nereide Cervese
 
Questa pigra, pigra realtà è la bugia che avanza
(mentre il tuo sorriso era la mia fonte di giada.)
Nulla di più intimo che sia fra me e me la tua felicità.
Non v’è alcunché eccetto il nulla
che renda l’umana morte un paradiso
– e procurarsela per propria volontà
in una stagione che annega nella neve.
(e pensar che non ho altro che il futuro…)
Vorrei avere ali per non essere
travolto da sentimenti d’uomo,
ch’altro non è che morte, morte, morte.
La vera fine è pentirsi di tutto,
e far d’ogni gesto un gesto meccanico.
No, non desidero più.
***   ***   ***
Erano quattro i colpi d’acqua santa
nel tempo in cui credevi
giusto pregare gli uomini
attraverso le parole di Dio:
– In ogni asperità
è meglio diffondere la vita.
Ed ecco il rivo. Vestite di luna
le acque di cristallo
dal duplice significato:
le Ninfe lo sanno,
ma l’uomo conosce soltanto
il morire per amore,
non l’amare per morire.
                                                    ***   ***   ***
M’estinguo in una vile e stanca vita
studiata e fatta per rasserenarmi,
ma vedo tutto come la mia sconfitta,
la mia gogna.
Erro per il presente atroce
nel governo di chi ci vuole
morigeratamente felici,
e non possiamo scriver
delle nostre amate urgenze
se non in forma di miseria.
Questo è il nostro fato:
uscirne meno vivi e più stolti.
                                                                     Una Finta Mañana
Questa vita è alfine seducente,
anche se lo scrivi con le mani remanti
e le piaghe di salsedine e dolore.
Negli ospedali della mia ψυχή:
dove tutti, dottori e infermieri,
santi e familiari hanno ragione
tranne te,
infinitamente vuoto
e degno di essere amato sopra ogni cosa.
***
Ho il cuore ammaccato
da una duplice memoria che non capisco.
Infinità di amante,
viviamo come piccoli fratelli
gemelli del tuo essere distante.
La proprietà dell’Universo di dissipare energia,
Universo che spreca la vita,
il tuo cuoio capelluto,
il tuo scalpo.
M’insegnasti a fuggire dicendomi:
sarai più coraggioso.
Sono state le due punte
della Divina Perfidia:
dispettoso, dispettosissimo aspide,
un veleno inaspettato.
È probabile bagnarsi
anche quando piove poco:
ed un errore è stato poco.
Usa il tuo destino, dicevi,
tu che trattavi il tuo come un recapito.
Avevi l’età che contestavi,
e viverla appariva
un’ineludibile necessità:
erano i tempi in cui s’udiva nominare il nichilismo,
e Dio crepò uccidendoti.
 Giovanni Strocchi
   Ravenna 
Passi di bimba sull’arida sabbia permangono,
delle onde di quieta tempesta si ode il canto,
spiriti dormienti dagli abissi provengono,
nero di pece, è di corvi il manto.
 E i passi più lesti si fanno,
un lume biondo nelle nebbie che andranno,
e sull’aspra scogliera ora infuriano i venti,
piccoli occhi ora assenti.
 Docile e soave è la voce che prorompe nella tempesta,
emerge il pesante passato dalle prodi gesta,
e l’Alighieri al coro s’unisce
per risanare il fiore c’appassisce.
 Ma Bisanzio, impotente, sa la fine che sarà:
“Oh, sorella che di tesori sei custode,
non disperare, è l’ultimo rintocco che si ode.
Nessuno farà del nome tuo gioco blasfemo.”
Udite? E’ il silenzio che ritorna,
è la terra spoglia che s’adorna.
 Chiara Piazza
 Per il sole splendente
 “Per il sole splendente
per il mar di corallo
città dormiente
è ora di iniziare il ballo”
 Il sonno è finito, mia bella
è tempo di uscire dalla tua cella!
 Galla Placidia apre le danze
e Giustiniano la segue a suon di valzer.
 Teodora gelosa con lo sguardo incenerisce
e con far sicuro colpisce.
 Il buon pastore con le sue pecorelle
tenta di salvarsi la pelle.
Ma la furia di Teodora pare incontenibile
e il bel Giustiniano dal volto infrangibile
non può sottrarsi alla sua triste fine…
 Purtroppo l’incantesimo è finito
e i bei mosaici ricadono in un sonno infinito.
 Claudia Pasini
  De Ravennae natura 
Mentre nuotavo al mare stamattina,
mi ritrovai un’alga sulla schiena,
quindi tornai sulla spiaggia a Marina.
 Ahi quant’annusar il puzzo era pena
di questa piaggia sporca e maleodorante,
fatta da questa polverosa rena.
 Turbato, verso il traghetto errante,
pensavo a codesta povera gente
ch’al di là del canal era abitante.
 “Per me si va ne la città dolente
Per me si va ne l’etterno dolore
Per me si va tra ravennate gente”.
 Queste scritte eran vicino al motore
del traghetto pilotato da Beppe sul Candiano
che con quel navigava a tutte l’ore.
 Imprecando, tacere mai non seppe
dato che vero romagnolo era:
di obbrobri le sue frasi eran zeppe.
 Giunto in città, presi quella corriera
che come suo solito era in ritardo
tanto che arrivò a primavera.
 Salito sull’autobus Edoardo,
ch’è la mia guida per eccellenza
e m’ha accompagnato per un miliardo
di viaggi, subito la sua assistenza
mi diede per raggiunger la campagna
e conoscer somma deficienza.
 In piana ravennate di Romagna
mi persi per antiche e oscure vie
che mai vidi esposte alla lavagna.
 Allor, tante erano le agonie
causate dalle buche per strada
e dai pollini portanti allergie
ch’a rotonde percorse non si bada.
 Dopo tante rotatorie giungemmo
alfine in loco dove si mangia la piada.
 In un’istrada sperduta scendemmo,
le zanzare selvagge e aspre e forti
e gli sterminati campi vedemmo.
 Per il tedio dei becchi siamo morti,
ma ancor di più c’ha colpito la nebbia
che, uscendo da’ fossi, celava gli orti.
 Ché niente vedevo, la mietitrebbia
schivai, ma alfin ci furon cose belle:
dove il contadino il grano trebbia
l’azdora prepara le tagliatelle.
 Ancarani Giacomo – Bezzi Emanuele – Montanari Marco
  A Nonna Maria
Ostro al nido torna e ’l mondo s’accheta,
e ’l mar e ’l ciel; e le sì flebil anime
ch’aspiran a comun disio unanime
s’apprestan a tornar là ’ve si pieta,
 e tutta notte par che l’accompagne,
e lor rimembri la sì dura sorte,
l’alma bella chiamata “cara sarta”:
un’anima che ven da le campagne.
 Presso era l’alma a l’antica Ravenna,
là dove una unita famiglia agogna
rincontrar l’alma de la gentil nonna:
 “O buon Signor che noi tutti consola,
fa’ sì che la città che ’l Lamon bagna
non dimentichi quell’anima sola.”
 Alberto Bernardi
 Ravenna da dentro e fuori 
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per le vie di Ravenna,
che la diritta via era smarrita.
 Il freddo e la nebbia i sensi mi avean urtati
come è solito nella città dei teatri;
Alighieri, Rasi, Almagià,
disegnan l’immagine della città.
 Ma non son soli in quest’opera d’arte,
unita dalle persone come i vestiti dalle sarte;
son persa tra mille lingue e mille culture,
circondata da turisti con un viaggio e poche paure.
 Intravedo San Vitale- o forse è Sant’Apollinare?-
tutta quest’aria artistica mi blocca il setto nasale,
tanti studenti s’aspettano al bar o alla Classense,
cerco aiuto tra le tante strade dense.
 Finalmente ritrovo la diritta via:
Ravenna è mondo, ma prima è casa mia.
 Giorgia Alessio Vernì
 
                                                           Passeggiando tra libri e natura
Mi sveglio udendo un vociare in lontananza, sempre più forte finché , da dietro un angolo scorgo giovani esseri umani dirigersi verso l’ area dedicata ai ragazzi dell’ edificio.
Amo questo posto, il silenzio regna sovrano soffocando ogni rumore, gli unici suoni che sopravvivono ad esso sono il rimbombo dei passi e il fruscio delle pagine sfogliate. Lungo i corridoi si ergono immensi scaffali che contengono migliaia, milioni di libri, ciascuno con la propria storia da raccontare e con un caratteristico odore. I miei preferiti sono i romanzi gialli, le persone si immergono completamente nella storia e , di tanto in tanto, anch’ io li leggo con loro.
E’ interessante accoccolarsi in un angolo, ben nascosti, senza fare alcun rumore, ascoltare e osservare i visitatori. I bambini, impacciati e timidi, gli uomini che sedendosi su una panca leggono il giornale con fare distratto e gli studenti dagli sguardi concentrati.
E’ bello poter immaginare le loro storie e dove porteranno i libri presi in prestito. Alcuni saranno sicuramente sfogliati brevemente e accatastati fino alla restituzione; altri saranno letti, divorati con passione, saranno portati in vacanza, magari al mare o in pineta, e ciascuna di queste persone, involontariamente, lascerà il suo piccolo segno sul suo libro che , oltre a quella dell’ autore, avrà tante, tantissime altre storie da mostrare ai successivi lettori: una piccola piega, uno strappo, una macchia.
La parte migliore però, soprattutto d’ estate, sono i chiostri dove ci si può rilassare, ascoltare il fruscio delle foglie quasi ipnotico e prendere il sole che, gentilmente, filtra attraverso gli alberi centenari del luogo. Pensare che secoli prima in questi luoghi i monaci camaldolesi vivevano, studiavano e trascrivevano il loro sapere in libri non mi sembra strano, ma affascinante e ripercorrere i corridoi che utilizzavano per spostarsi all’ interno dell’ ex monastero mi provoca un senso di profondo orgoglio verso tali persone e verso la città in cui vivo.
Nonostante io abiti qui da diversi anni, alcune aree non sono mai riuscito ad osservarle, anche se ascoltando le voci delle guide scolaresche, che vengono qui molto spessi, penso che anch’ esse debbano essere stupende: la chiesetta, i reperti antichi, i grandi e pregiati affreschi.
Oh, che rumore però quei ragazzi… finalmente se ne sono andati e posso tornare ad acciambellarmi sulle gambe di un silenzioso lettore, MEOW!
Setti Cecilia
Mia mamma dice che sono un uccellino.
Sono certa che dicendo questo
lei si riferisca a qualche mia qualità,
ma c’è chi potrebbe pensare che quelle parole
in realtà intendano dire che
il mondo intero è la mia gabbia.
Nei miei sogni però sono libera, posso volare,
non esiste alcuna gabbia, e con ciò io intendo dire che
non esiste il tempo.
                                                   Il salto nel vuoto: Un opera in nove atti
 
  1. C’è una domanda fastidiosa che non riesco a tirare fuori, mi graffia la gola e poi rimane appesa alla mia guancia come un amo da pesca: come posso lasciarmi alle spalle questa città, che è anche la mia infanzia ed è tutto ciò che conosco?
  1. Perché la vera tragedia non è forse il fatto che sono i miei ricordi ad aver reso Ravenna ciò che non vorrei mai dimenticare, e il fatto che quei ricordi come nuvole esisteranno soltanto nella mia memoria? Quando si gonfieranno di nostalgia e verseranno lacrime, chi darà loro la giusta importanza oltre a me?
  1. Un montaggio cinematografico di tutti gli inverni passati qui. Le umide serate illuminate dalle bancarelle di Natale, il caldo conforto di una cioccolata in tazza o del vin brulé, la pista di pattinaggio. Un montaggio di ogni volta che lì qualcuno mi ha preso la mano con la scusa del mio scarso equilibrio. Un montaggio di tutte le volte in cui ho sperato che qualcuno mi prendesse la mano.
  2. Un’ode al cuore umano di tutti voi. Dovreste portargli così tanto rispetto. Vedete, le sue pareti come una tela si sono create una fibra alla volta, ciascuna di loro una bellezza che la vita vi ha donato e che si è introdotta nella vostra cassa toracica, come un filo di seta intrecciandosi a tutti gli altri. Ancora
  1. Oggi quel tessuto scorre su se stesso adattandosi per lasciare posto a ciò che accoglie e allontanare ciò che il tempo gli ha voluto sottrarre. Il vostro cuore è così bravo a dimenticare tutte le volte che si è macchiato del suo stesso sangue. Il mio trema al solo pensiero che un giorno forse si dovrà di nuovo strappare, perché le persone più importanti in questo preciso istante della mia vita si saranno dimenticate di essere ancora dentro di lui.
  1. In auto bastano sei canzoni ascoltate alla radio per raggiungere il mare. Non so nemmeno guidare un’auto ma conosco bene la strada, l’ho percorsa in autobus ogni giorno di ogni estate per raggiungere la spiaggia entro l’ora di pranzo. E d’inverno – se stai ascoltando, forse, lo ricordi anche tu –, mi ci portasti, volevi vedere il tramonto dal molo. Non il tramonto sul mare, non sarebbe possibile, il nostro mare è l’Adriatico. Volevamo vedere le nuvole mentre arrossiscono nell’attimo prima di baciare la pineta all’orizzonte e poi scomparire nel calare della notte. Vedi, con un po’ di fortuna ricorderemo quella giornata anche a distanza di anni, ma chissà se quei colori nella nostra mente rimarranno così vivi e immensi. Vorrei che il ricordo non perdesse il suo profumo di sale e quel meraviglioso silenzio, vorrei che la fotografia non sbiadisse mai.
  1. Se la mia vita è un mosaico vorrei poterne onorare tutti i tasselli, ma ce ne sono di più dolci di altri e quelli sono semplici da apprezzare. Come qui e ora, per esempio. Quei ricami geometrici, nel cielo, sono costellazioni che non ho ancora imparato a decifrare, ma in questo soffitto blu notte sono familiari e splendenti, e l’universo in cui mi trasportano è infinito intorno a me. Sarebbe perfetto se questo momento senza paura potesse durare per sempre. Diventerebbe un melodramma dello stesso sapore che hanno i libri che vorrei avere scritto io.
  1. C’è un attimo della giornata in cui vedo ogni cosa in maniera perfetta: è l’ora in cui i raggi del sole fanno capolino nelle chiese attraverso le vetrate dei cleristori, è l’ora in cui i mattoni più alti delle case illuminati a giorno sembrano ardere dal proprio interno, è l’attimo in cui sento il calore sulla mia pelle e sono viva e felice, e volto lo sguardo verso coloro che sono di fianco a me accorgendomi che quelle persone che amo tanto mi stavano già guardando, i loro occhi che amano me come se io fossi il loro sole.
  1. Qualcosa che questa città mi ha insegnato è che noi siamo collettivi. Certo, siamo fatti di cioccolate calde e andare in spiaggia d’inverno, ma anche di spettacoli di danza e opere liriche all’Alighieri. Siamo fatti di gite in auto e di quel ristorante messicano all’angolo e di ballare sul tappeto del soggiorno. Di tetti e portici e gallerie d’arte, e dei libri da cui abbiamo letto dei paragrafi a qualcun’altro, magari al telefono.
Siamo fatti dei caffè bevuti la mattina presto; delle serate passate a discutere di politica e città in cui siamo cresciuti e femminismo e come ti sei fatta quella cicatrice nell’interno della coscia e perché non spendiamo tutti i nostri risparmi in due biglietti d’aereo e partiamo domani all’alba. Le stesse aule di scuola, gli stessi bar che abbiamo frequentato, gli stessi amici con cui siamo usciti, i nostri mondi diventano collettivi. Anniversari e eventi di famiglia e studiare all’ultimo piano
della biblioteca Classense. I nostri primi baci e tutto il resto. Regali di compleanno e mesi trascorsi ad essere innamorati, contando i giorni, le ore, i minuti. Cantare per qualcuno e addormentarsi felici senza voler essere in nessun altro posto al mondo. Siamo tutto ciò – e anche qualche altra cosa. Ripetitività. Stress e disaccordi e la monotonia di certe giornate. Un divorzio. Un lutto. La frustrazione per il bisogno di discutere; la frustrazione per l’incapacità di discutere. Ci stanchiamo. Ci proviamo. Pensiamo a ciò che va fatto per cambiare. Cambiamo. Lasciamo fuori il resto del mondo. Poi lasciamo stare. Dici che le scadenze ti confortano, a me terrorizza la fine di qualcosa.  Litighiamo con qualcuno e ci scontriamo. Non riusciamo ad allontanarci. Non riusciamo a smettere di amare, violentemente e inevitabilmente. La cosa bellissima è che alla fine siamo tutto ciò che è stato fino a questo istante, e poi anche la vita là fuori. Alla fine rimaniamo  interi, alla fine non ci frantumiamo mai in mille pezzi.
  1. Là fuori è un salto nel vuoto, un tutto confuso e gigantesco e inafferrabile. Forse non importa, non ho mai avuto molto successo nell’ordinare i miei pensieri. Ma ora sono qui e penso a tutte le storie in cui mi trovo, penso a tutte le storie che fanno parte della mia storia, penso a tutte le storie che non sono ancora state scritte, e credo che questo potrebbe essere il mio libro preferito.
Giulia Hochard
 
                                                           Un amore tra i mosaici
Era proprio come la sua città: bello sotto ogni punto di vista.Di una bellezza unica data dai particolari: nei suoi riccioli disordinati, nelle sue grandi mani capaci di suonare qualsiasi strumento e nelle sue labbra carnose e rosee. Così era anche la sua città: non ti affascinava soltanto per i suoi monumenti storici di straordinaria portata, ma erano le piccole cose, come le strade del centro lastricate, le persone cordiali anche nei giorni di pioggia, le botteghe aperte che emanavano un buon profumo e i luoghi nascosti che solo uno del posto poteva conoscere, la rendevano speciale, unica ed incredibile.
Era esuberante, di una vivacità che scopri col tempo, giorno dopo giorno, proprio come la piazza principale: la mattina, subito dopo l’alba, era silenziosa e poco frequentata. Si poteva ammirare il palazzo del Comune in un angolo, il grande orologio e due colonne con le statue dei santi Apollinare e Vitale. In quei momenti regnavano la pace, il silenzio e la tranquillità. Ma, nelle ore di punta, quel luogo si trasformava: il sole lo illuminava con i suoi raggi tiepidi ed iniziava a popolarsi. Lì potevi incontrare ogni tipo di persona, dal signore col basco rosso e gli occhiali azzurri intento a chiacchierare con i suoi amici di vecchia data, al ragazzino con lo zaino in spalla diretto verso casa o in qualche bar con gli amici, dal cameriere occupato a servire i clienti in un tavolino apparecchiato, al turista attrezzato di fotocamera, pronto ad immortalare quell’istante. Non poteva mancare qualcuno in sella alla sua bicicletta, lì solo di passaggio, il  suo nome era proprio azzeccato: Piazza del Popolo.
Quel ragazzo era ricco di sfaccettature che si contraddicevano l’una con l’altra: sapeva essere calmo ed educato, ma era anche estroverso ed esuberante, ricordava la biblioteca principale, la Classense, un edificio storico pieno di spazi dove regnava la calma più assordante, era il luogo migliore per studiare o per leggere un bel romanzo in compagnia dei gatti che vivevano in quel luogo così particolare, mentre poco più in là c’era una delle zone più trafficate e rumorose della città.
I momenti nei quali più mi incuriosiva erano quelli nei quali si perdeva nei suoi pensieri, forse proprio perché si mostrava distante o magari perché non potevo immaginare cosa passasse per la sua testa in quegli attimi a volte interminabili. Era come girare per le stradine laterali dove ci si perdeva nei sensi unici che scombinavano i percorsi preparati senza sapere di quegli obblighi di svolta, così  immaginavo lui perdersi nella corrente dei suoi stessi inquieti pensieri.
Se lo si giudicava senza conoscere (errore che io stessa feci per prima), si rischiava di perdere  una persona piena di pregi. Era un pò come per il Mausoleo di Galla Placidia: da fuori, era una costruzione in mattoni anonima, non diversa da una qualsiasi vecchissima casetta, ma appena si varcava la porta principale ci si ritrovava in un luogo magico, riccamente e finemente decorato. Venivi investito da un’ondata di colori sfavillanti in uno splendido connubio e ci si ritrovava rapiti ad osservare quel capolavoro musivo in ognuno dei suoi dettagli, dalle ottocento stelle della piccola cupola alle lunette del Buon Pastore e di San Lorenzo e alle due colombe che si abbeverano alla fonte.
Le cose che ogni giorno mi facevano innamorare sempre più di lui, erano la sua risata e la sua voce, che avrei potuto ascoltare per ore e che mi scioglievano il cuore e la mente, succedeva la stessa cosa  quando passavi per via San Mama, davanti al Mama’s Scuola di Musica, e sentivi una melodia : ti saresti fermato lì, sul ciglio del marciapiede, ad ascoltarla per tutto il giorno,  perché quella vibrazione ti faceva sentire una persona, in un qualche modo, felice e completa.
In fin dei conti, non saprei dire se fosse stato lui ad assomigliare così tanto alla sua  città o il contrario, so solo che quel ragazzo si chiamava Michele e quella città Ravenna.
Claudia Stagni
                
                              Gruppo MIA –  Riflessioni di Jung in visita a Ravenna
Già in occasione della mia prima visita a Ravenna, nel 1914, la tomba di Galla Placidia mi era parsa significativa e di un fascino eccezionale. La seconda volta, venti anni dopo, ebbi la stessa impressione. Ancora una volta, visitandola, mi sentii in uno strano stato d’animo; di nuovo ne fui profondamente turbato. Mi trovavo con una conoscente, e dalla tomba andammo direttamente al Battistero degli Ortodossi. Qui per prima cosa mi colpì la tenue luce azzurrina diffusa, che però non mi sorprese. Non cercai di capire da dove provenisse, né mi turbava il prodigio di questa luce senza alcuna sorgente apparente. Ero piuttosto sorpreso perché al posto delle finestre che ricordavo di aver visto nella mia prima visita, vi erano ora quattro grandi mosaici di incredibile bellezza, e che a quanto pareva avevo completamente dimenticati. Mi irritava scoprire che non mi potevo fidare della mia memoria. Il mosaico del lato sud rappresentava il battesimo nel Giordano; il secondo a nord era il passaggio dei figli d’Israele attraverso il Mar Rosso, il terzo, a est, subito mi svanì dalla memoria. Forse rappresentava Naaman purificato dalla lebbra nel Giordano: c’era una illustrazione su questo stesso soggetto nella mia vecchia Merianische Bidel, molto somigliante al mosaico. Il quarto mosaico, sul lato occidentale del battistero, era il più efficace. Lo guardammo per ultimo. Rappresentava Cristo che tendeva la mano a Pietro, mentre questi stava per affogare nelle onde. Sostammo di fronte a questo mosaico per circa venti minuti, e discutemmo del rituale originario del battesimo, e specialmente dell’arcaica e strana concezione di esso come un’iniziazione connessa con un reale pericolo di morte. Iniziazioni di questo genere erano spesso legate all’idea che la vita fosse in pericolo, e così servivano a esprimere l’idea archetipa della morte e della rinascita. Il battesimo originariamente era stato una vera immersione, che appunto alludeva al pericolo di annegare. Ho conservato un chiarissimo ricordo del mosaico di Pietro che affoga, e ancora oggi posso vederne ogni dettaglio: l’azzurro del mare, le singole tessere del mosaico, i cartigli con le parole che escono dalle bocche di Pietro e di Cristo, e che tentai di decifrare. Appena lasciato il battistero mi recai subito da Alinari per comprare fotografie dei mosaici, ma non potei trovare. Il tempo stringeva – si era trattato solo di una breve visita – e così rimandai l’acquisto a più tardi: pensavo di poter ordinare le riproduzioni da Zurigo. Quando ero di nuovo in patria, chiesi a un mio conoscente che andava a Ravenna di procurarmi le riproduzioni. Naturalmente non poté trovarle, perché poté constatare che i mosaici che io avevo descritto non esistevano! Nel frattempo avevo già parlato, in un seminario, della concezione originaria del battesimo, e in tale occasione avevo anche menzionato i mosaici che avevo visto nel Battistero degli Ortodossi. Il ricordo di quelle immagini è per me ancora vivo. La signora che era stata lì con me
lungamente si rifiutò di credere che ciò che “aveva visto con i suoi occhi” non esisteva. Come si sa, è molto difficile determinare se, e fino a qual punto, due persone vedano contemporaneamente la stessa cosa. In questo caso, comunque, potei accertarmi che almeno i tratti essenziali di ciò che avevamo visto erano stati gli stessi. Questa esperienza di Ravenna è tra gli avvenimenti più strani della mia vita. E’ difficile spiegarla. Forse su di essa può fare un po’ di luce un incidente nella storia dell’imperatrice Galla Placidia (m.450). Durante una tempestosa traversata da Bisanzio a Ravenna, nel periodo peggiore dell’inverno, fece voto, se fosse riuscita a giungere sana e salva, di costruire una chiesa, in cui avrebbe fatto rappresentare i pericoli del mare. Mantenne questo voto facendo costruire la basilica di San Giovanni in Ravenna e facendola adornare di mosaici […]. Fin dalla prima visita ero stato particolarmente impressionato dalla figura di Galla Placidia, e mi ero sovente domandato quale effetto dovesse fare a questa donna coltissima, di una civiltà raffinata, la vita a fianco di un principe barbaro. La sua tomba mi sembrava come un ultimo vestigio attraverso il quale potessi avere con lei un rapporto diretto. Il suo destino e tutto il suo essere mi toccavano profondamente, e nella sua natura fervente la mia “anima” trovava un’adeguata manifestazione storica. Con questa proiezione fu raggiunto quell’elemento atemporale dell’inconscio e quella atmosfera in cui poté aver luogo il miracolo della visione. In quell’attimo essa non differì minimamente dalla realtà. L’anima dell’uomo ha un carattere eminentemente storico. In quanto personificazione dell’inconscio essa è impregnata di storia e preistoria, comprende i contenuti del passato, e fornisce all’individuo quegli elementi che dovrebbe conoscere dalla sua preistoria. Per l’individuo l’anima rappresenta tutta la vita del passato che è ancora viva in lui. A suo confronto mi sono sentito sempre come un barbaro, che realmente non ha storia, come una creatura appena uscita dal nulla, senza passato né futuro. Nel corso del mio confronto con l’ anima ero effettivamente incorso in quei pericoli che vidi rappresentati nei mosaici. Ero stato vicino ad annegarmi. Mi era successo quanto era accaduto a Pietro, che aveva invocato aiuto ed era stato salvato da Cristo. Quello che era stato il destino dell’esercito del Faraone avrebbe potuto essere il mio. Come Pietro e come Naaman, ne ero uscito indenne, e l’integrazione dei contenuti inconsci aveva dato un contributo essenziale al compimento della mia personalità. Che cosa accada in noi stessi quando si integrino i precedenti contenuti inconsci con la coscienza, lo si può appena descrivere a parole: se ne può solo fare esperienza. E’ una faccenda indiscutibilmente soggettiva; abbiamo un particolare sentimento di noi stessi, del nostro modo di essere, e questo è un fatto del quale né è possibile né ha senso dubitare. Allo stesso modo, proviamo un particolare sentimento verso gli altri, e
anche questo è un fatto che non può essere messo in dubbio. Per quanto ne sappiamo non esiste alcuna istanza capace di comporre le probabili divergenze
delle impressioni e delle opinioni. Se, come risultato dell’integrazione, abbia avuto luogo un cambiamento, e quale ne sia la natura, è e rimane un convincimento soggettivo. Sicuramente, non è un fatto che possa essere verificato scientificamente, e perciò non ha posto in una “visione ufficiale” del mondo; rimane tuttavia un fatto praticamente importantissimo e ricco di conseguenze, e in ogni caso non può essere trascurato da psicoterapeuti realisti e forse neppure da psicologi interessati alla terapia. Dopo la mia toccante esperienza nel battistero di Ravenna, so con certezza che un fatto interno può apparire esterno, e viceversa. Le mura stesse del battistero, che i miei occhi fisici necessariamente vedevano, erano coperte e trasformate da una visione che era altrettanto reale dell’immutato fonte battesimale.
Che cosa era veramente reale in quel momento? …